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martedì 16 luglio 2013

una specie di sottile tentacolo

Uno dei motivi per cui ancora, a volte, provo rancore è che non posso condividere cose come questa. Con nessuno.
E ne soffro.
Maledizione.
E la colpa è tua.
E lo sai come va a finire? Finisce che una rampicante nera, una specie di sottile tentacolo di pece, partendo dalla caviglia mi sale su per una gamba, slogando le ginocchia, avvolge il ventre, stringe il petto, costringe una spalla, torce le braccia, sino alla gola.
E poi, per un momento - un momento solo, che da fuori sembra meno di un attimo - non respiro più.
E la colpa è tua. Deve essere colpa tua. Perché è più vivibile, se è colpa tua.
Perché puntare un dito e digrignare i denti è dieci, cento, mille volte più facile, che accettare un dolore e crescere un po'.


domenica 5 febbraio 2012

Una umanità meravigliosa


[squillo di telefono, scatta la segreteria]
Ciao Sophie, sono io, Sebastian. Se sei lì, ti prego, rispondi...

Ok, diciamo allora che non ci sei. Mi è successa una cosa, proprio ora. Dieci minuti fa, neanche, e volevo raccontartela...
 
[Sebastian sospira, accettando suo malgrado di confidarsi con una macchina]
... spero solo che questo affare non stacchi sul più bello. Comunque, dicevo...

Stavo tornando a casa - qui è tutto un manto di neve - e le strade sono ghiacciate. Sono passato accanto ad una di quelle cabine per le fototessere, hai presente? una di quelle grottesche scatole di plastica e metallo con su stampato il tizio col papillon rosso e la camicia a righe, che mostra sorridente la patente. Ha una tendina blu per porta e dentro lo sgabellino regolabile che gira su se stesso.

Da dietro la tendina ho visto spuntare due gambe, magre, avvizzite, in pantaloni lerci, corti e scarpe sfondate. Era un'immagine forte, a suo modo... o magari era l'aria gelida a darle maggiore impatto. Non saprei dire.

Sono salito su a casa e non riuscivo a non pensarci. Quella immagine era una scheggia conficcata nella testa (o come dici sempre tu: un sassolino nella scarpa), sicché sono andato a prendere una coperta di pile che da troppo tempo prendeva polvere, inutilizzata e sono tornato giù.
Ho "bussato" alla cabina e dentro c'era una vecchia, stretta in un abbraccio irrigidito con se stessa, vestita troppo leggera per questo cazzo di clima; mi guardava spaventata.
Senza dire una parola le ho porto la coperta, ma lei non la prendeva e allora ho parlato:
"Fa freddo. Prendi. Ti devi coprire..." e lei ha risposto spaventata "NO!".


Balbettava un "no" dopo l'altro, ripetuto ed ossessivo. Ho avuto la netta impressione che non fosse proprio a posto, ma non volevo che si agitasse e perciò non ho insistito. Ho poggiato la coperta subito fuori dalla cabina dicendole che la lasciavo lì mentre lei ripeteva ancora "no, no... io... no" e sono andato via.
Ebbene questa cosa mi ha fatto star male. E ancora ci sto pensando, sai? Fa un cazzo di freddo; ha ricominciato a nevicare...


Ho sbagliato le parole, Sophie? I modi? Tu dici sempre che li sbaglio, i modi... e per quel che riguarda le parole, beh, tu mi conosci: lo sai che sono in grado di fottermi il cervello a furia di cercarle, le "parole giuste". Avrei dovuto pregarla di accettare la coperta?

So cosa stai pensando... anche io all'inizio mi sono detto "non la vuole perché non vuole elemosina" ma poi ho incrociato quel suo sguardo e la sensazione che ne ho tratto era che lei davvero non volesse la coperta. Da nessuno.
Mentre andavo via però, "sconfitto" giravo l'angolo della via di casa e pensavo che se avesse accettato con un sorriso, mi sarei sentito buono, bravo, migliore e ho pensato che sarebbe stato molto "caritatevole". Una bontà da manuale, ecco, sì.
Una elemosina forse non ipocrita, ma che sembrava ipocrita ed ho sentito - per un solo momento, breve, netto - che il suo rifiuto aveva reso l'umanità meravigliosa. Più reale del "vero", che spesso sembra stupido.

Ma è stato un istante. Tanto breve da riuscire a stento a farne un ricordo.



Ora ti devo salutare, ché non ho più gettoni. Un alibi d'acciaio per chiudere una telefonata e tornare con la mente a quella stupida cabina.
A quella stupida vecchia, che è riuscita a farmi sentire per un istante così euforico e per una notte intera così triste.


Buonanotte, amore mio.

[la cornetta riagganciata piano, schermo nero, rumore di gettoni scaricati nella cabina telefonica misti a passi che si allontanano spaccando ghiaccio e pressando neve]

lunedì 4 luglio 2011

Il sesto giorno

[soundtrack: Mount Wroclai (Idle Days) - Beirut - Gulag Orkestar (Ba Da Bing! 2006)]

Il primo giorno sono stato svegliato - al solito - da un forte brivido all'altezza dei reni. Mi sono rigirato nel letto, invocando clemenza a Morfeo perché mi lasciasse dormire ancora. Così avrei staccato il cervello dal resto del corpo e sarei riuscito a far passare altro tempo.
Del resto il trucco è quasi tutto lì: riuscire a far passare il tempo.

Naturalmente in quel limbo, sospeso tra la veglia ed il sonno, mi sono chiesto quanto ancora avrei dovuto aspettare; ho cercato di immaginare un risveglio diverso, ma esistono pensieri più scomodi e pericolosi di altri. Così ho preferito cambiare questo con l'altro. Più malinconico e più intimo, ma pur sempre utile allo scopo che mi sono prefissato.
La mattinata è passata lentamente, ma inesorabilmente.

Il secondo giorno, nel pomeriggio, mi sveglia la voce pastosa di Giovanni Lindo Ferretti, proveniente dalle casse del portatile: "...allora un lampo unisce gli occhi e il cuore con borbottio di tuono / muovono le parole / e torna il Tempo, ritorna l'energia / torna il mattino, vuoto. Vuoto...". Apro gli occhi mormorando - se possibile con voce ancor più impastata dell'autore - le ultime parole della strofa, mentre il pianoforte ricama accordi in chiave bassa attorno al cantato sentimental-oltranzista del Ferretti.Cervello in avvio: "attendere il caricamento..."Scorro mentalmente tutti i muscoli di cui riesco a ricordare il nome; cerco di sentirli singolarmente, come chiamandoli all'appello. Una specie di palpata mentale per controllare che non ci siano strane sensazioni a bloccarli, farli dolere o affogarli nell'acido lattico, che per settimane oramai ha fatto da padrone tra le mie fredde giunture.Ma non lo sento.La mano sinistra allora scivola lungo la schiena; partendo dal Grande Dorsale scende lentamente sino all'altezza dei reni. Il gesto è pigro e trascinato dal dormiveglia, ma la mia attenzione è totale: niente.Non sento niente.Non sento brividi; non sento freddo; non sento dolore. Lo stupore allora mi ha fatto l'effetto di quel caffé che nel frattempo ho iniziato a desiderare morbosamente.Il terzo giorno ho aperto gli occhi con il viso schiacciato contro il cuscino di piume. Sembra che faccia più caldo del solito. Sembra che la scorsa notte sia passata con grande facilità.Sembra una bella giornata, dopotutto.Devo lavorare come un matto e mi metto seduto. Poggio il laptop in grembo, dando così un meritato rispetto al nomen-omen che gli americani hanno dato al dispositivo. E si comincia: serrato, concentrato, veloce e con la testa sgombra da qualsiasi distrazione, sino alle 19. Non ho neanche avuto il tempo di mangiare un boccone o farmi la doccia che dovrei proprio fare. Avrei voglia di uscire, ma non ne ho il tempo.Il quarto giorno mi scontro con l'evidenza dei fatti: ieri non ho avuto il tempo di fare nulla: ieri non ho bevuto lo sciroppo. Ieri non l'ho fatto.E' successo.
Per distrazione, per i mille impegni, quel che è... ma è successo. In modo naturale. Tant'è che semplicemente non me ne sono accorto. Ho cercato per mesi di riuscirci ed è stata una interminabile sequela di fallimenti. Molto spesso umilianti ammissioni di debolezza mi hanno portato di qualche passo indietro... 
Stavo facendo fiasco giorno dopo giorno e con quella stessa frequenza mi procuravo alibi di ogni tipo e genere, purché scaricassero dalle mie spalle la colpa di quella incapacità di agire che mi ha legato peggio di un grosso cane alla catena del giardino.

Ed ora la catena è sfilata dal gancio. Ora posso decidere di scappare. Avrò ancora addosso tutto il metallo freddo, sporco, arruginito, pesante, ma se decido di farlo posso andarmene via dal giardino cui ho fatto la guardia per tutto questo tempo. Lento pede, trascinando le mie zavorre, posso - ancora un'altra volta - andare via da qui.

Mi alzo e vado a farmi una doccia. Mi asciugo, mi metto i primi vestiti puliti a portata di mano ed esco. Ed è da te che vorrei correre. Vorrei venirti a raccontare la sensazione di puerile onnipotenza che mi ha portato davanti al portone del tuo ufficio. Lo farei quasi strillando dallo stupore, che ancora non me lo tolgo di dosso. E credimi: mi vedresti brillare gli occhi.

Vorrei prendere del sushi e mangiarlo su ponte Sisto, guardando il Tevere sotto di noi e le statue degli imperatori uccisi dal progresso sopra le nostre teste. Vorrei, ma non lo faccio, perché non sei più tu, quel centro di gravità intorno al quale seguire l'ellittica: una traiettoria definita dall'attrazione. La cosa più intrinsecamente sensuale che ci sia nel cosmo.

Così chiamo qualcun'altra e divido con lei questo momento. E' piacevole, ma non la stessa cosa. Non è mai la stessa cosa.Il quinto è giorno di grande orgoglio! Il corpo risponde come deve; la mente è iperattiva come si confà alla fine di un lungo e desiderato letargo. Ritorna l'energia, torna il mattino, vuoto. Torna la vita. Tornano le emozioni, le persone, le relazioni; torna il vigore e con lui il rancore, l'amore per quell'uomo che negli ultimi dieci anni avevo deciso di ignorare: me stesso.Durante tutto il pomeriggio mi comporto come un neonato nel corpo di un adulto: guardo, tocco, pizzico e ascolto: non mi pare vero di essere "qui ed ora".E sorrido, per dio. Sorrido. Come non succedeva da quando siamo andati in tram a quella mostra terribile su Chagall. Il giorno in cui Roma era calda, afosa, nel bel mezzo di un gennaio inspiegabile, che portava con sé l'ingenua promessa di restare insieme, tu ed io. Il giorno in cui mi hai guardato, seduta, ma dondolante insieme a tutti gli altri passeggeri, dicendomi con un sorriso ed uno sguardo indimenticabile: "sei molto bello, con questa luce, sai?".
Posso vedere la mia espressione attraverso lo specchio. Riconosco un volto diverso dal solito, ma allo stesso tempo più familiare di quanto non sia riuscito ad essere negli ultimi anni.

La sera sono in strada.

Riprendo i fili di rapporti sopiti dal sedativo della mia pigrizia farmaco-indotta. Parlo con le persone e ricomincio a sentirle davvero. Nel bene e nel male - certa gente sembra che non possa proprio annoiarti più di così - mi sento come ributtato in un mondo fatto di individui alla ricerca di una connessione umana. O forse solamente di un paio di orecchie a cui affidare le proprie perle di saggezza, le piccole depravazioni socialmente accettabili e gli episodi di vita vissuta. Alcuni persino con tanto di morale in calce...

Il sesto giorno mi siedo davanti al portatile che fuori è ancora buio, ma tra poco il sole sorgerà. Inizio a spiegare disordinatamente gli eventi dei giorni passati come si fa con gli oggetti tirati fuori dalla valigia al ritorno da un viaggio. Ho bisogno di osservarli nel loro insieme; devo trovare il "fil rouge" e capire, finalmente, in quale punto io mi trovi, in questo "camino de Santiago" surreale e allo stesso tempo vero come poche altre cose lo sono state, ultimamente. Ed è così che penso ancora una volta a te. E decido di mettere le mani aperte sulla tastiera iniziando a scrivere: "Il primo giorno sono stato svegliato...". Del resto devo lasciar uscire in qualche modo questa cosa dal petto. O anche oggi sentirò questo strano plasma bruciare e smanierò dal desiderio di strapparmi la pelle di dosso 


" ...e voi cosa volete? di che cosa vi fate? dov'è la vostra pena? qual è il vostro problema? perché vi batte il cuore? per chi vi batte il cuore?..."
[ CCCP - "Valium, Tavor, Serenase" - Affinità - Divergenze tra il Compagno Togliatti e Noi (1986) ]

martedì 10 maggio 2011

Reflex

(Disegni e colori di Andrea Pazienza)

Quel senso di affinità - comunione alle volte - che si prova nei confronti di un artista, può essere una strana sensazione: proietta inevitabilmente degli esiti; innesca riflessioni. Mischia l'emozione tipica dei legami forti con - un po' dimessa - la paura di scivolare su passi altrui, quand'anche non dovessero appartenerci per toni, luci, suoni.